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IL PICCOLO GRANDE EROE DI MONTE SAN VITO

Intervista esclusiva a Igino Gobbi

Di esperienze uniche ce ne sono tante, ma solo poche rimangono nel cuore… come avere la fortuna di stare accanto ad una persona come Igino Gobbi. Come scoprire che un reduce di guerra è il tuo pro-prozio.

Igino Gobbi ha fornito molte informazioni tramite un’intervista avvenuta a casa sua mediante sua pro-pronipote, una studentessa di terza media.

Ha parlato del suo libro, scritto abbastanza recentemente. Per lui è stato molto difficile aprirsi. Quando è tornato a casa dalla sua famiglia si è ripromesso di dimenticare ogni cosa e aprirsi al futuro che Dio aveva concesso, fra tanti, proprio a lui.

Pensava che la chiave fosse dimenticare gli orrori vissuti, ma si è reso conto che non era affatto così. Sono stati i suoi nipoti a farlo parlare, anche se con molta calma e pazienza. La difficoltà per Igino è stata scavare in profondità nella sua mente, perché ormai le brutte vicende erano state spedite negli abissi e forse non era sicuro che ne potesse valere la pena tirarli fuori.

E poi per cosa?

Nella prefazione del libro, ma anche alla fine, è stato scritto il motivo.

Oggi più che mai c’è bisogno di un’esigenza del presente, di un presente che dialoga incessantemente con il passato e lo illumina, così come quel passato fornisce al presente molte delle ragioni storiche ed esistenziali del vivere comune.

Igino, grazie a suo genero, è riuscito a ritrovare il contatto di un suo vecchio amico, il tenente Fanton, conosciuto in guerra e alla fine dei ringraziamenti, nel suo libro, scrive questo:

Grazie a mio genero oggi sono riuscito a ritrovare l’indirizzo ed il numero di telefono del tenente Fanton, ma purtroppo è troppo tardi, perché come molti altri anche Vittorio si è addormentato per non svegliarsi mai più. Volevo solo dirgli di raccontare ai suoi cari i soprusi e le violenze subite, anche se ricordare fa male, ma è l’unico modo per dare il nostro contributo ai giovani.

È per noi giovani che Igino ha accettato di soffrire ancora, perché senza ricordare gli errori del passato è più probabile che ne vengano commessi di simili anche in futuro. Bisogna imparare a trasmettere certe conoscenze e valori anche ai propri figli, perché gli occhi di chi guardando al cielo chiede umilmente “perché” non si possono dimenticare.

Questa è l’ultima frase del libro di Igino Gobbi. Questo è il messaggio che vuole dare il libro ai giovani, perché la Seconda Guerra Mondiale non venga intesa dalle prossime generazioni come un altro argomento “palloso” del libro di storia, ma come una nozione indispensabile per la pace, sperando che vincerà sulla guerra.

Citando le parole testuali di Igino durante l’intervista:

La storia deve camminare e bisogna dire no! al negazionismo. La guerra non è stata un deterrente quindi non deve esistere e non dovrà esistere. Guerra è distruzione, morte. Pace è ricchezza, vita. Sta a noi uomini scegliere…

Igino Gobbi si ricorda di quando era nei campi di lavoro e di tutti i suoi compagni che piangevano:

“Ho lasciato i miei figli a casa e sono qui, in questo maledetto campo”

Ma Igino era forte ed era fiero di esserlo:

Se continui a piangere, non ci torni più a casa!”

Nell’intervista Igino ha lasciato il suo parere sulla speranza:

Per me, speranza è vivenza. Se perdi speranza, perdi tutto. Bisogna pensare positivo, sempre. Ho dato coraggio a tanta gente e non a caso il proverbio dice che la speranza è l’ultima a morire…

Igino ha dato particolare importanza alla speranza facendo riferimento alla parabola delle quattro candele:

“In una stanza silenziosa c'erano quattro candele accese. La prima si lamentava: «Io sono la pace. Ma gli uomini preferiscono la guerra: non mi resta che lasciarmi spegnere». E così accadde. La seconda disse: «Io sono la fede. Ma gli uomini preferiscono le favole: non mi resta che lasciarmi spegnere». E così accadde. La terza candela confessò: «Io sono l'amore. Ma gli uomini sono cattivi e incapaci di amare: non mi resta che lasciarmi spegnere». All'improvviso nella stanza comparve un bambino che, piangendo, disse: «Ho paura del buio». Allora la quarta candela disse: «Non piangere. Io resterò accesa e ti permetterò di riaccendere con la mia luce le altre candele: io sono la speranza».”

Igino, poi, ha dato anche informazioni non scritte sul suo libro. Ha esclamato che nel libro manca la metà di quel che è successo. Del resto, per quanto si possa provare, è impossibile far conoscere appieno il dolore della guerra solo leggendo un libro.

Ad esempio, ha raccontato come ha vissuto la sua infanzia. Suo padre è morto quando lui e i suoi fratelli erano piccoli e così sua madre è rimasta sola con i suoi sei figli (Igino è il più grande). Ma, ben presto una figura si è infiltrata, suo zio. Era uno zio severo e tradizionalista, abituato ad una posizione di comando. Nel libro, Igino accenna ad un brutto episodio, senza però specificare bene e rimanendo nel vago.

Un giorno lui e suo cugino, ancora bambini, erano affamati e così raccolsero un ramo d’uva e l’unico picchiato dallo zio fu Igino. Suo cugino fu a mala pena sfiorato.

Questo dimostra in che ambiante viveva Igino, una famiglia patriarcale e un regime opprimente. Addirittura, affinché potesse passare il minor tempo possibile in casa (da lui descritta con le parole botte e fatica), decise di iniziare a frequentare la scuola un anno prima.

La persona che gli ha insegnato molto e che in un certo senso lo ha anche salvato durante la guerra fu sua madre. Gli aveva dato l’insegnamento base della vita: gli diceva sempre di amare e di non odiare. Sembra una frase scontata e lo è, ma è applicare questo insegnamento che sembra essere impossibile per gli uomini.

Ebbene Igino ne ha fatto tesoro e infatti si è distinto da tutti coloro che hanno odiato e che si sono arresi. È una persona stupenda tanto che un suo amico lo teneva come un figlio durante la guerra. Gli aveva promesso che se fosse riuscito a tornare a casa e ad avere un figlio maschio l’avrebbe chiamato Gino come lui.

E, si sa, quel che è promesso è promesso e va mantenuto. Dopo la guerra, mentre si trovava per caso a Osimo, incontrò un uomo che si chiamava Gino e, parlando di Falappa, scoprì che era suo figlio. Quest’ultimo lo accompagnò dal padre e appena Falappa vide Igino, gli disse felice:

“C’ho un figlio che si chiama come te ed è bravo esattamente come te!”

Igino è una persona che si lascia amare e che è sicuramente di buon cuore. Questo spiega anche il fatto che a 94 anni di età si ricordi di episodi raccapriccianti che lo hanno scheggiato particolarmente.

Si ricorda di un giorno che, mentre stava lavorando per fare i mattoni, aveva intravisto da lontano tre bimbe molto probabilmente ebree (una riccia di 10/11 anni e altre due sicuramente che avevano meno di 5 anni) seguite da una donna tedesca che portava la divisa, un teschio in fronte e stringeva un fucile. Per farle avanzare le picchiava con una frusta. Igino non sapeva dove fossero dirette ed aveva paura solo ad immaginare. La donna tornò sola e muoveva soddisfatta la sua frusta. Le ipotesi potevano solo essere due: o le aveva lasciate sole a morire (o uccise in un modo o nell’altro) oppure al di là del bosco si trovava una sorta di collegio. Sperava con tutto il cuore nella seconda.

Solo dopo la guerra Igino fu costretto a scoprire la verità. Doveva percorrere quel sentiero con un compagno e realizzò che il sentiero non portava a nessun istituto…

Igino affermò anche una cosa stranissima: per ben due volte fu salvato dai tedeschi.

Una volta è stata raccontata nel libro: due alpini non lo avevano fatto lavorare il primo giorno e un tedesco li voleva uccidere tutti e tre, ma un tedesco concedette loro una seconda possibilità.

Il secondo episodio non appare nel libro e parla di una volta che durante un attacco da parte degli americani, una guardia fascista (italiana) si trovava in pericolo e Igino l’ha spinta a terra salvandola. Subito dopo, però, nonostante il gesto eroico, la guardia voleva uccidere il suo salvatore, di sua stessa nazionalità. Un tedesco però fece ragionare la guardia convincendola a risparmiare la vita di Igino.

Comunque, nonostante queste due eccezioni, una guardia in particolare era intenzionata ad uccidere il nostro Igino. Non era neanche un tedesco, era polacco. Igino non ha mai saputo il suo nome, nessuno come lui poteva saperlo. Addirittura, non si poteva alzare la testa e guardarli negli occhi, i superiori come quella guardia polacca. Un giorno, quest’ultima fece sciogliere una monetina nelle fiamme e disse ad Igino che avrebbe fatto la stessa fine anche lui.

Mi dicevano sempre: “Tanto morirai”

Ma Igino è stato forte e mai si è rassegnato all’inevitabile. Ed ora è ancora più forte nello scavare nel passato e, nonostante la difficoltà, adesso non cammina più da solo, ma affianco a lui ci siamo noi, le persone per cui lui continua ad essere forte.

Grazie Igino!